domenica 13 dicembre 2015

Un mandala per Parigi e Kathmandu


Ho quasi fatto pensiero-forma. In partenza per l’India, all’aeroporto di Kathmandu, incontro tre ragazze messicane che prendono anche loro una coincidenza da Delhi. Me lo sono trovate anche vicine in fila (siamo partiti con più di due ore di ritardo), ma solo a Delhi non ho resistito e ho attaccato bottone: sono tre antropologhe! Non resisto e domando: “ma nepalesi e messicani non sono incredibilmente simili?” “Sì!” Mi rispondono, e indicando la più “india” delle tre ridono: “temevamo che a lei non la facessero partire…” Ma questa somiglianza è molto di più di una caratteristica somatica. Equivale a un messaggio: “sei sulla strada giusta”. Messico e Nepal sono state le tappe più importanti di questo anno sabbatico. Come racconterò più avanti, tra Kathmandu e Kochi, le profonde e destabilizzanti esperienze di questo anno hanno fatto corto circuito. Ci lasciamo scambiandoci gli indirizzi e una di loro mi regala una forcina per riparare il manico del trolley… Un gesto di delicatezza e intelligenza come solo può accadere nei fantastici “sud” del mondo, allenati ad arrangiarsi.

Un mandala per Parigi e Kathmandu

Parigi e Kathmandu hanno molti legami segreti. A volte magici. Per scoprire alcuni di questi segreti si può iniziare leggendo quello scioccante libro che è Flash, di Charles Duchaussois. Eppure non avrei pensato di poter assistere, almeno nella mia mente, al cortocircuito di queste due realtà.

Gli attentati di Parigi mi hanno colto nel viaggio fra Kathmandu e Kochi, dove sono arrivato la notte del 13 novembre. La mattina dopo ho ricevuto un sms: “hai visto quello che è successo a Parigi?” Stavolta la distanza dall'Europa, invece di attutire, ha amplificato ancora di più l'emozione, perché quanto ci siamo detti o meglio abbiamo ascoltato in questo mese da Viola non poteva non avere su di me l'effetto di: de te fabula narratur, questo racconto, per quanto dell'orrore, parla di noi. E dunque ecco apparire in tutt'altra prospettiva le scuotenti 'colazioni' nepalesi, in cui il furore di Viola appare oggi il grido disperato di chi cerca di svegliarci nel cuore della notte, mentre la casa brucia. Mi vergogno, ancora una volta, di non aver compreso la profondità e la vastità delle connessioni e delle implicazioni di questo "grido". Guardate quelle immagini e quei morti, non solo il numero ma il valore simbolico dei luoghi (tutto ciò accade dove nasce la "modernità" occidentale) e capirete perché una donna si sveglia tutte le mattine incapace di accettare l'ottusità umana. E dunque ci tiene inchiodati per due ore, con le fette di pane in mano, il caffè di traverso, il burro che si scioglie al sole. E non si arrende mai, ci parla, anche se sul volto le leggiamo una stanchezza e una fatica che fa paura, soprattutto a noi che non l'abbiamo mai nemmeno sfiorata. E ci stupiamo, e infastidiamo insieme, della sua forza, del suo coraggio, del suo caparbio rifiuto dello status quo. Perché lo fa? Perché non la smette? Chissà quante volte lo abbiamo pensato, con la faccia torta per non soffrire.

Dobbiamo capire che non può esistere soluzione possibile se non accettiamo di cambiare. Parigi, a distanza di meno di un anno, ci mostra ancora la nostra condizione attuale, quella di una apocalisse a puntate. Ma è la nostra apocalisse e ci siamo dentro non solo con i nostri corpi. Di tutte, forse questa è la verità più difficile da digerire per un occidentale.

Di che cosa altro abbiamo bisogno? Non chiedetemi come o che cosa. Non ho risposte -- nessuno ne ha. Ciascuno, in cuor suo, a questo punto del percorso conosce i propri nodi e i propri anatemi. Ciò che però non è assolutamente più tollerabile è perpetuare la nostra condizione di sonno.


P.S. Pubblico qui un piccolo regalo: è la mia traduzione di un passo del libro Kathmandu di Thomas Bell. Kathmandu 2015, con le sue macerie e i suoi mandala per la festività di Dewali, mi ha lasciato una profonda ferita d'amore, come non era successo in tanti anni. Viola ci ha spesso tentato di parlare del significato spirituale del Nepal e di questa città. A livello per così dire "superficiale", oltre all'incontro fra Oriente e Occidente, fornisce una chiave di lettura, come sempre parziale, per avvicinarci alla profonda diversità di questa cultura, nonché alla sua complessa, stratificata spiritualità. Ma il dialogo che vi propongo a mio parere contiene moltissimi elementi del discorso che abbiamo intessuto insieme in questo mese.

venerdì 4 dicembre 2015

Il giardino del Lama


Emozioni contrastanti si mescolano al mio arrivo a Pokhara, dopo un viaggio così particolare. Arrivato nel bel mezzo di uno dei simposi più difficili di Viola, è inevitabile muoversi in punta dei piedi, anche se ciò rischia di trasformarsi in una involontaria distanza. Dopo più o meno una settimana di ambientamento, decidiamo di spostarci dal Vienna Lodge a nuovo albergo di Santosh che si trova a mezzora a piedi dal centro di Pokhara. La distanza è totalmente compensata dalla bellezza delle stanze e soprattutto dal paesaggio stupendo che ci circonda… Il lago si estende di fronte a noi circondato dalle montagne fitte di vegetazione e all’alba tutto è soffuso di nebbia. Se non fosse per la giungla fitta più che in Nepal sembrerebbe di trovarsi in una leggenda bretone.

Da quando ci siamo salutati, Tuthpen Lama mi chiama più o meno ogni giorno. Vuole sapere quando andrò a trovarlo al campo profughi di Jampaling, dove ha passato la sua infanzia e dove è tornato per passare un periodo di vacanza mentre gli anziani genitori sono in India. Queste attenzioni mi imbarazzano: la mia educazione occidentale non sa bene come classificarle e si affacciano pensieri di ogni tipo. Che cosa vorrà? Mi consulto anche con gli altri, soprattutto gli amici del Centro Studi Platone che conoscono molto meglio di me l’ambiente e le persone. In Nepal tuttavia non vi sono risposte che non siano strettamente dipendenti dall’esperienza e perciò ancora una volta mi arrendo e mi lascio trascinare dall’onda. Dopo un paio di tentativi andati a vuoto, il giorno della visita arriva e il tassista mi aspetta per portarmi alla stazione dei bus di Pokhara, Prithivi Chowk. La corsa in taxi, a causa del blocco dei rifornimenti dall’India, è piuttosto salata, ma senza il tassista non avrei saputo come fare a trovare il bus 'giusto'. Ce ne sono decine, arrivano e ripartono in continuazione fra strepiti e pugni sulla lamiera da parte dei "controllori" o "bigliettai" che in questo modo segnalano all’autista che può ingranare la marcia. La qual cosa può accadere svariate volte e inopinatamente, vuoi perché una signora ritardataria si aggancia alla portiera con ragazzini al collo, vuoi per ragioni arcane e inaccessibili. Non esistono fermate o nomi di località, per strada o sui bus; virtualmente ogni bus va ovunque o da nessuna parte, qui chi prende il bus sa già quale mezzo prendere perché tutto è da sempre così e loro, al contrario di noi, hanno imparato a cavarsela. Ma in qualche modo sono dentro anch’io, parecchio assonnato, con due arance giallo-verdi nello zaino, ma non dormirò, perché il volume della musica è semplicemente assordante.

Dulighauri è a quaranticinque minuti circa da Pokhara, per cui chiamo Tuthpen e gli dico che sono in viaggio. Per un paio di volte dico al giovine e indaffarato bigliettaio di avvertirmi quando arriviamo: ma sono parole al vento. Meno male che arrivato a Dulighauri intravedo con la coda dell'occhio Tuthpen Lama seduto sul bordo di un muretto che mi sta aspettando! Mi scapicollo giù dal bus maledicendo il bigliettaio e le maniere nepalesi per le quali non si dice mai “no” a uno straniero, tantomeno “non ho capito”, per cui un po’ come anche in India sarebbero disposti a farvi diventare matti pur di non darvi una informazione che nel loro immaginario potrebbe deludervi. E in oriente qualsiasi cosa è preferibile a una  catastrofe della forma. (Il che, forse, potrebbe spiegare l'apparente indifferenza di fronte alle catastrofi di contenuto.) Ma Tuthpen è lì, solido e sorridente, esattamente come vi aspettereste che sia un Lama tibetano che per otto anni ha servito Sua Santità il XIV Dalai Lama nella sua abitazione privata insieme ad altri tredici monaci. E dunque dopo aver sceso delle ripide scale ci incamminiamo su un ponte sospeso su un fiume verde che scorre impetuoso fra enormi massi, e arriviamo a Jampaling Refugee Camp, uno dei più importanti campi profughi tibetani della regione. 


Poiché forse la cifra di questi due mesi di viaggio è stata la consapevolezza di quanto poco avessi capito finora del Nepal e dell’India, pur amando follemente entrambe queste terre, la visita alla casa dei genitori di Tuthpen Lama a Jampaling Camp costituisce uno dei momenti fondamentali, nonché il primo grande “shock”. Non è l’estrema povertà a colpirmi, né la naturale generosità di questo Lama, ma l’essere improvvisamente caduto dentro tutto ciò. Mentre siedo sul divanetto consumato del misero bilocale (uno stanzone-cucina-soggiorno ecc. e una stanza da letto in cui spicca l’altare per il pooja) mi rendo conto del mio-nostro mostruoso egoismo occidentale, delle nostre scontate abitudini, della nostra pochezza (umana ancor prima che spirituale), dei nostri vizi e delle nostre paure, che il Lama scompiglia con il suo tè tibetano salato, i biscotti “all’europea” comprati apposta per me, la frutta del giardino, il pranzo pensato e cucinato ad hoc (anche il pane), le preghiere, le ciabatte per gli ospiti, la visita al tempio buddista e finalmente l’offerta di passare lì la notte, che sono costretto a rifiutare, anche se con vergogna. Ma chi è questa persona? E io? E noi? Con quale diritto pensiamo che una casa pulita, acqua corrente, riscaldamento, un lavoro salariato e altri mille milioni di vizi e comodità ci rendano più civili rispetto a costoro?

Dopo la passeggiata al campo, con una visita al tempio dove sono conservate antiche statue del Buddha riportate dal Tibet, è il momento di ripartire. La giornata è stata scandita da brevi conversazioni e molti tè, perché il Lama parla un inglese essenziale, ma mi rendo conto che sono dentro un rituale, abilmente orchestrato, che si conclude con la visita al piccolo altare della stanza. Tuthpen, con un gesto molto semplice, ma che mi lascia interedetto, mi offre una khata, la sciarpa della benedizione, e recitando una preghiera me la cinge al collo. Custodisco con me anche le semplici preghiere che, su mi richiesta, mi ha insegnato fra un silenzio e l'altro. Poi ci avviamo insieme alla fermata del bus. Tuthpen conversa con l'autista per assicurarsi che il bus vada a Pokhara, poi sale e si siede soddifatto sulla fila accanto alla mia, aspettando che il bus parta... A un cenno dell'autista scende e mi saluta ancora una volta con gli occhi. 


Il viaggio a Pokhara è più lungo del previsto. Lunghe file di automezzi di ogni tipo ai distributori restringono a una mezza corsia la già stretta strada (l'unica via di comunicazione che arriva fino a Kathmandu). Certo i Nepalesi sono abituati alle difficoltà, ai problemi, alla scarsità e anche alle calamità, come dimostra il devestante terremoto di aprile. Ma è indubbio che certi popoli della terra paghino un prezzo più alto di altri per esistere. I nepalesi non solo pagano questo prezzo senza troppo protestare, ma custodiscono ancora tesori interiori ed estoriori di inaudita bellezza. Sono felice e triste, lucido e frastornato, ubriaco di emozioni, di domande e di ex certezze che galleggiano sul mare di una coscienza sanamente in subbuglio.

martedì 17 novembre 2015

Diario Nepalese (1)

Sono arrivato a Kathmandu dopo giorni di grande tensione a Roma. Come spesso accade, una parte di me non voleva partire. Due notti prima della partenza ho sognato un mostro antropomorfo chiuso nel centro della terra, protetto da una serie di caverne concentriche, una dentro l’altra, che io vedevo scorrere e “aprirsi”, come in un sequenza cinematografica, fino al suo apparire, che mi lasciava terrorizzato e senza fiato... E’ con questo stato d’animo, e un forte senso di insicurezza addosso, che sono atterrato dopo un viaggio più breve del solito a Kathmandu.

La prima notte ho avuto un incubo: entravano nella mia stanza del Potala e rubavano tutto. Me ne rendevo conto quando era ancora notte e piangendo disperato scendevo alla reception e un tipo dell'albergo (nessuno fra quelli che conosco) non sembrava minimamente toccato dalla gravità di quello che mi era accaduto, finché a un certo punto, di fronte alla mia disperazione, tirava fuori una scusa qualunque, tipo “ma perché tu hai lasciato tutte quelle cose in camera?”
Il giorno dopo è andata molto meglio. La mattina tardi ho fatto colazione-brunch sotto il pompelmo del Pumpernickel e fino alle 14.30 ho bighellonato per Thamel, facendo qualche foto, esplorando con prudenza un paio di vicoli, dove ancora sono ammucchiati i calcinacci del terremoto. Per curiosità sono andato a vedere se la libreria cinese fosse ancora al suo posto: era sempre lì, sotto i portici di fronte al Pumper. Ma stavolta non c’era la ragazza cinese con la quale avevo discusso animatamente sul Tibet… Così non sono stato distratto e mi sono messo a curiosare sugli scaffali, scoprendo subito un paio di volumi affascinanti: uno sulla storia degli scambi culturali fra Cina e Occidente, l’altro, scritto da una studiosa francese, sulla regione a maggioranza musulmana della Cina, dove vive l’interessantissima etnia Hui. 

Al mio ritorno in hotel ho constatato che non si trovavano biglietti per Pokhara e ho iniziato un pellegrinaggio per le “travel agencies” di Thamel, vere e proprie trappole (non è una metafora) per turisti che offrono tutte gli stessi pacchetti di escursioni. Si tratta perlopiù di ufficietti scalcinati e spesso puzzolenti di orinatoio, composti di scrivania, un omino e un computer (talvolta questi elementi possano raddoppiare il numero, pur rimanendo costante la proporzione). Dopo averne provati quattro o cinque, entro in uno dove c’è una puzza più asfissiante delle altre e mi accoglie un ragazzetto dai lineamenti tibetani molto sveglio e ciarliero. Gli chiedo se hanno biglietti bus per Pokhara e mi risponde ovviamente di no, indicando un altro ragazzetto mingherlino e silenzioso, il quale sarebbe impegnato a risolvere lo stesso problema per un gruppo di loro clienti. Gli spiego che devo essere assolutamente a Pokhara l’11 ottobre, il giorno seguente, perché devo raggiungere un gruppo in missione umanitaria. Alla fine il tibetano sveglio tutto contento mi dice: “prova ad andare alla bus station presto… Sono sicuro che domani riuscirai a partire, magari in piedi ma ci riesci!”. Con questo viatico e il numero di cellulare del mingherlino in tasca, mi avvio al mio appuntamento con Nabin, il ragazzo wikipediano conosciuto in luglio a Città del Messico. Quasi tutta la sera insieme al suo amico ingegnere parliamo della situazione del Nepal e del blocco dei rifornimenti. La frase che mi colpisce di più è “Nepal is the political playground of China and India”. Forse è proprio grazie a loro che inizio a capire la gravità della situazione che rischia di trasformarsi in una nuova emergenza umanitaria.  

La notte stavolta scorre liscia, o si fa per dire, perché alle 4.30 mi sveglia il gallo del Potala. Mi addormento per un’altra oretta, sognando ancora (non ricordo che cosa ma è inerente), poi alle 5.30 inizio a prepararmi.  Il ragazzo del Potala che mi aiuta con i bagagli è puntualissimo, alle 6.20 siamo già a Kantipath, la larga strada dove si fermano gli autobus. Sono pochi, non più di quattro o cinque.

Le facce sperdute e assonnate degli escursionisti occidentali non presagiscono nulla di buono e in effetti mi ci vuole poco per capire che sarà una lotta all’ultimo strapuntino. Come al solito colpisce e affascina la, come dire, ‘ontologica’ mancanza di gerarchia (?) e organizzazione del “setting” orientale. Si rinnova dunque ai miei occhi il consueto balletto in cui vari individui, di autorità variabili, ma del tutto invisibili all’occhio occidentale, urlano, ridono, gesticolano, si passano soldi e pacche sulle spalle, salgono e scendono dai bus, non si capisce se come autisti, passeggeri, guide, bagarini o semplici curiosi che stanno lì apposta a creare ulteriore confusione, per la delizia o la disperazione del turista europeo. Ma è inutile: il caos regna su ogni possibile tentativo di interpretazione. Dopo aver fatto la spola fra Green Line, Reed Tourist Bus e altri, chiamo il mio contatto mingherlino che mi risponde dicendomi di aspettarlo al bus di Swiss Travel. E nel frattempo mi consolo con un chaia, perché sono sfatto di sonno. Una bella guida spagnola che parla nepalese, anche lei piuttosto provata, accompagna tre o quattro suoi conterranei: mi informo, ma i maledetti hanno il biglietto. Quello che segue sfugge completamente a ogni possibile comprensione. Il giovane mingherlino in camicia a quadri pulitissima non è visibilmente in grado di esercitare qualche influenza sui suoi colleghi nepalesi più grossi, truci e sicuri di sé. Si aggira però con sguardo preoccupato e supplicante fra questa sarabanda di colleghi (?) che orbitano intorno all’autobus prescelto: in meno di cinque minuti il bus, già strapieno fa per partire due volte, trattenuto solo dalle imprecazioni di questo o quel faccendiere che sta smistando (?) gli ultimi turisti impanicati e qualche nepalese probabilmente parente dell’autista o del faccendiere stesso o di uno dei sei o sette tronfi che stanno lì sotto a urlare e paiono avere una qualche tipo di voce in capitolo, anche se non si sa bene dove, come e perché. Il mingherlino è troppo educato, non ce la può fare, ma i suoi clienti hanno tutti e quattro il biglietto, perciò li spinge sul bus prima che sia troppo tardi; io assisto pressocché impassibile, sono dentro un flusso che non posso comprendere, figuriamoci controllare e quando ritengo che non vi sia ormai più nulla da fare, visto che per altro non ho neanche pagato uno straccio di tangente ai tremebondi, il mingherlino in silenzio mi accompagna a mettere i bagagli insieme ai quattro inglesi… i miei sono gli ultimi ed entrano appena! Poi come un automa seguo i quattro scortati dal mingherlino (ora mi è chiara la sua strategia! Facciamo parte dello stesso gruppo, non ci possono dividere). Al volo pago a questo ragazzo mite lo stesso prezzo che avrei pagato il biglietto: 1000 rupie. Mi sembra poco, ma non ho il tempo di elaborare altre informazioni, dobbiamo correre se no l’autista ci lascia a piedi e addio bagagli. Sembra incredibile, ma sono sul bus, in piedi, insieme ad altre sette otto persone tutte nella stessa situazione… Il che, invece di scatenare inevitabili (per noi) isterismi e proteste, genera una tranquilla gara di solidarietà. Un ragazzo nepalese insiste per fare spazio accanto a lui, si stringe e mi fa sedere. Iniziamo a parlare, ha studiato chimica e ora va a Pokhara in vacanza… “we have to help each other… this is difficult situation…”, praticamente mi dà una lezione di solidarietà, a me, occidentale imbucato.

Inizia così questo viaggio, uno dei più belli che abbia mai fatto in autobus. Proprio perché scomodi e pigiati come sardine siamo tutti solidali, sorridenti, quasi divertiti da questa emergenza. Persino i quattro inglesi, passato il primo shock si rilassano e chiacchierano con i nepalesi, sempre curiosi e chiacchieroni. C’è un po’ di tutto sul bus: la giovane mamma con il bambino che stende le gambe su due altri passeggeri (la cosa appare scontata, il fastidio è un concetto alieno quaggiù), una coppia di anziani sdentati in abiti tradizionali, un paio di signore grasse con enormi e pesantissime buste che tutti aiutano a spostare, un tipo dai lineamenti mongoli ben vestito e sgabello-munito che si siede nel corridoio e finalmente il mio prossimo amico, un monaco buddista sulla sessantina che sale alla seconda fermata, poco fuori il centro di Kathmandu. Dopo un tentativo di conversazione con la ragazza inglese che mi è più vicina, nei vari spostamenti mi ritrovo appiccicato al tipo mongolo che attacca bottone e per altro abbastanza presto insiste per farmi sedere sul suo sgabello “it is long trip!”, dice, e certo non ha tutti i torti, il viaggio dura in media sette ore. Mi racconta un po’ la sua storia, si chiama Leo, ma ha un accento così terribile che capisco a malapena che cosa dice. Leo lavora per una impresa di costruzioni e si vede che sta abbastanza bene e infatti mi parla della sua casa, delle sue due auto e mi mostra le foto sul cellulare del bel tempio buddista che stanno decorando a Kathmandu. Sul suo cellulare si vedono testi in caratteri cinesi e gli chiedo se lo conosce: all’inizio non capisce, poi però si illumina e mi spiega che ha vissuto per sedici anni in Cina (ha anche un nome cinese: Xuxiao), facendo vari mestieri; per qualche ragione il suo passaporto, che ci tiene e mostrarmi, è pieno di visti per la Cina rilasciati dall’ambasciata cinese in Nigeria. Essendo buddista, dopo un po’ attacca bottone anche con il monaco, ed è così che entro in contatto con Tuthpen Choyng Lama, il quale non è nepalese ma tibetano e vive a Dharamsala, il luogo dell’esilio del Dalai Lama. Sono emozionato di parlare finalmente con lui, l’ho sperato fin da quando era salito! Tuthpen ha avuto un 'permesso' di tre mesi per visitare i suoi genitori al campo profughi di Jampaling, vicino Pokhara. Ovviamente l’informazione mi colpisce, così gli riassumo entusiasticamente la mia esperienza, il lavoro al campo profughi della ONG con la quale collaboro, ecc. Lui sembra interessato, ma nemmeno eccessivamente, è un uomo cortese, gioviale, dall’aria estremamente pratica. Ogni tanto, visto che sono in piedi, mi fa segno di sedermi sul bracciolo del sedile del mio vicino di destra, che ricambia la cortesia addormentandosi con la testa sulla mia schiena…

Il bus per fortuna fa una serie di fermate ristoratrici e dopo un masala tea e una pipì veloce facciamo una tappa più lunga in un bel ristorante sull’ansa di un fiume, dove gli occidentali si snobbano reciprocamente e in compenso Leo-Xuxiao mi offre un chai (tutti, durante questo viaggio, mi offriranno qualcosa…pare incredibile ma questo è il Nepal).

Il viaggio prosegue e Tuthpen dopo avermi ghermito al volo salvandomi da una frenata dell’autista (che per altro scoprirò essere suo parente), risponde volentieri alle mie domande, fra cui l’origine del suo nome: a quanto capisco, ma non ne sono sicuro, si tratta del nome di un maestro di “His Holiness”, Sua Santità il Quattordicesimo Dalai Lama.

Nell’ultima fermata-pipì, quando ormai noi tre (Xuxiao, Tuthpen e il sottoscritto) sembriamo tre amici in gita scolastica, succedono due o tre cose notevoli: la prima: Tuthpen tira fuori un pacchetto di biscotti e mi dice “questi sono per te my friend!” Come per me? Ma no, mi schermisco, non posso accettare, che li porti ai suoi parenti al campo profughi! Niente, "io ne ho un altro", mi fa e pare che si offenda se non li accetto per cui me li prendo e li ficco nello zaino senza controbattere. Secondo, una farfalla nera e arancio, grossa come un pipistrello, quasi si possa addosso al mio volto mentre cerco di fotografarla con il cellulare; terzo, dopo aver chiesto a Xuxiao di farmi una foto insieme a Tuthpen, trovo per terra una strana vecchia moneta bucata al centro e con ai lati dei segni che potrebbero sembrare ideogrammi semplificati. La mostro a Xuxiao e senza sembrare troppo sorpreso mi dice che probabilmente si tratta di una moneta cinese antica… di almeno cinquecento anni. Di 'almeno' cinquecento anni? Ma ho capito bene? Sì, ribadisce, e per rafforzare il concetto tira fuori dal suo marsupio altre due antiche monete cinesi vecchie, secondo lui, di mille anni… Non ci capisco più nulla, ma come? Se le porta appresso come portafortuna? E io ne trovo una simile ai piedi di un monaco tibetano e accanto a lui che “per caso” ne fa collezione? Guardo Tuthpen, ma anche lui non sembra un gran che colpito, per loro evidentemente deve essere come se avessi trovato un tappo della birra. Vabbè, dico, magari sarà falsa, e me la metto in tasca. Poi commento a Tuthpen: “che strana combinazione! Noi ci facciamo la foto insieme ed esattamente in questo punto io trovo questa moneta! Forse è un segno che devo diventare buddista?” Lui sorride con un gorgoglìo, anche se probabilmente non ha capito che cosa ho detto, o forse sì, ma è troppo in gamba per rispondere.


domenica 11 maggio 2014

Lo spazio del respiro

Quarta visita in India al Kether Educational project. Come d'uso raccolgo qualche breve nota di viaggio, senza pretesa di sistematicità e soprattutto regolarità. Temo sarà la prima e l'ultima, per le ragioni che descrivo sotto. Anche questo viaggio è stato pieno di emozioni che dovranno sedimentare a lungo...
3 maggio 2014. Nell'ultima settimana abbiamo avuto piogge fortissime che hanno causato vari danni nella zona fra Trivandrum e Kovalam. Da giorni era nell'aria: la settimana precedente abbiamo assistito a una tempesta spettacolare al largo della costa, con fulmini e saette che sembravano esplosioni nucleari o una battaglia di navi spaziali. Mai vista una cosa del genere: a tratti il cielo era illuminato nella sua interezza dalle deflagrazioni. Per 24 ore c'è stato un blackout totale e internet è tornato solo da due giorni. La scorsa settimana le stanze dell'albergo si sono allagate: nella mia è crollato il controsoffitto e ora sono in un'altra. Per fortuna eravamo tutti a Kochi e ci siamo risparmiati il peggio, ma alcuni di noi hanno trovato le valigie zuppe e danni alle attrezzature. Nei prossimi giorni il tempo non migliorerà, dunque siamo in allerta. "Ufficialmente" i monsoni inizierebbero verso metà giugno, ma ormai il clima è cambiato. Gli indiani ovviamente non si sorprendono di nulla: "summer showers", sorridono beffardi...

L'India ti dà sempre una ridimensionata. Gli Ego annaspano, ma finalmente l'anima respira.

Ancora per poco questo luogo garantisce la possibilità di ascoltare, vedere, comprendere chi diamine siamo, dove stiamo andando e perché. Varie situazioni e connessioni mi hanno offerto una chiave del perché quando sono qui riesco persino a digerire il latte... (che in Italia mi fa venire attacchi di colite al solo pensiero): è lo spazio. Lo spazio che ancora sussiste, libero dal pieno distruttivo dei pensieri di noi occidentali impegnati in lotte mentali senza fine. E la distanza fisica, minima qui, massima in occidente, è inversamente proporzionale a quello spazio che serve alle anime per respirare -- e ai corpi per vivere. Qui si soffre e si muore, ma ancora si respira.

L'India non è un paradiso né un inferno, ma semplicemente un luogo che conserva questi spazi, ascensori delle energie sottili che ci permettono di essere sempre connessi. E questa connessione non è un fatto astratto, come per il latte nel mio stomaco produce effetti concreti sulla materia.